L’Europa produce quasi metà della sua energia da rinnovabili. Ma importa ancora il 57% di ciò che consuma

L’Europa produce sempre più energia elettrica pulita, ma continua a dipendere dall’estero per oltre metà del suo fabbisogno. È questo il paradosso che emerge dai dati dell’edizione 2026 di Energy in Europe pubblicata da Eurostat.

Nel 2024, per la prima volta, le fonti rinnovabili sono diventate la principale forma di generazione interna, coprendo il 48% del totale. Un risultato che segna un passaggio storico: il nucleare si attesta al 28%, mentre il gas naturale scende al 5% nella produzione elettrica.

Questo primato, tuttavia, convive con una vulnerabilità ancora profonda. L’Unione Europea continua a importare il 57% dell’energia elettrica che consuma. Il dato evidenzia uno scarto crescente tra la trasformazione del sistema elettrico e la struttura dei consumi finali. Se la generazione si sta progressivamente decarbonizzando, ampie porzioni dell’economia reale, dai trasporti pesanti alla siderurgia, dalla chimica al riscaldamento, restano legate a vettori fossili acquistati all’estero.

Il costo economico della dipendenza

La dipendenza non è solo un indicatore strategico, ma un costo diretto per l’economia europea. Nel 2025, la spesa per l’importazione di idrocarburi ha sfiorato i 396 miliardi di euro, pari a circa il 2,5% del PIL comunitario. Si tratta di un trasferimento di ricchezza significativo, che riduce lo spazio per gli investimenti industriali proprio mentre il continente è chiamato a finanziare la propria transizione e a rafforzare la competitività.

Nel frattempo, è cambiata la geografia delle forniture. La Norvegia è diventata il principale perno della sicurezza energetica europea, coprendo circa il 30% del fabbisogno di gas, seguita dagli Stati Uniti con il 17%, che si confermano anche primo partner per il petrolio con una quota del 16%. La diversificazione delle fonti ha ridotto la dipendenza da singoli fornitori, ma non ha eliminato l’esposizione ai rischi esterni. Le dinamiche dei prezzi restano fortemente influenzate da fattori geopolitici, decisioni di politica energetica e variabili operative che si riflettono in tempi rapidi sui mercati europei.

Il nodo italiano

All’interno di questo quadro, l’Italia rappresenta uno dei punti di maggiore vulnerabilità. Il gas naturale copre il 36% dell’energia disponibile, a fronte di una media europea del 21%. Ma l’elemento più critico riguarda il meccanismo di formazione dei prezzi. Nel primo trimestre del 2026, il costo dell’elettricità sul mercato italiano è stato influenzato dal prezzo del gas nell’89% delle ore. È l’effetto del sistema del marginal price, in cui è l’ultima centrale attivata, spesso alimentata a gas, a determinare il prezzo per l’intero mercato.

Questo meccanismo implica che anche in presenza di una forte produzione da fonti rinnovabili, il costo finale dell’energia resti agganciato alle quotazioni internazionali del gas. Ne deriva una maggiore volatilità dei prezzi e un differenziale competitivo per il sistema manifatturiero italiano rispetto ad altri Paesi europei meno esposti a questa dinamica, come la Spagna.

Obiettivi 2030 ancora lontani

Il percorso verso gli obiettivi al 2030 resta complesso. Il consumo energetico primario dell’Unione si attesta a 1.209 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio, in calo del 9% nell’ultimo decennio ma ancora distante dal target di 992,5 Mtoe. Anche sul fronte delle emissioni, la riduzione del 36% rispetto al 1990 rappresenta un risultato significativo, ma insufficiente rispetto all’obiettivo del -55% previsto dal pacchetto Fit for 55. Il raggiungimento di questo traguardo richiede un’accelerazione nei settori più difficili da decarbonizzare, oltre a un deciso miglioramento dell’efficienza energetica.

In questo contesto, la transizione non può più essere letta solo come sola sostituzione delle fonti ma diventa centrale la riduzione dei consumi e la trasformazione del modello energetico.

Dalla centralizzazione alla produzione diffusa

Accanto alle grandi infrastrutture, si sta affermando una configurazione più distribuita, in cui produzione e consumo tendono ad avvicinarsi. L’autoconsumo e le Comunità Energetiche Rinnovabili rappresentano strumenti sempre più rilevanti per ridurre l’esposizione ai mercati internazionali e stabilizzare i costi nel medio periodo.

Per l’Italia, caratterizzata da un tessuto diffuso di piccole e medie imprese e da una buona disponibilità di risorsa solare, la generazione distribuita può diventare una leva strategica non solo sul piano ambientale, ma anche su quello economico. Ridurre la dipendenza dal gas significa infatti intervenire direttamente sul principale fattore di volatilità dei prezzi.

Ridurre la dipendenza per rafforzare la competitività

Il quadro che emerge è quello di una transizione ancora incompleta. L’Europa ha costruito una leadership nelle tecnologie rinnovabili, ma non ha ancora tradotto questo vantaggio in una reale autonomia energetica. Finché oltre metà dell’energia continuerà a essere importata, il sistema resterà esposto a dinamiche esterne che incidono sulla competitività e sulla stabilità economica.

La sfida dei prossimi anni sarà trasformare il progresso tecnologico in capacità di controllo, riducendo strutturalmente la dipendenza e rafforzando la sovranità energetica del continente.

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